Cacciatori di desideri
Intervista a Gino Castaldo
Ti amo, ti canto è il titolo della “conferenza-spettacolo” che vedrà protagonista Gino Castaldo al Teatro Politeama di Prato, venerdì 5 giugno alle ore 21:45. L'incontro è uno dei cuori pulsanti della seconda edizione di Seminare Idee Festival, a cura di Annalisa Fattori e Paola Nobile.
Il desiderio sarà il tema-guida di un festival che si propone come uno spazio aperto per porsi domande, stimolare riflessioni collettive e offrire nuovi occhi con cui guardare la realtà che ci circonda. In questo scenario, Gino Castaldo – voce iconica del rock e delle sue “terre promesse” – racconterà il viaggio emotivo della musica, dalla passione carnale del tango di Carlos Gardel all’utopia di “Over the rainbow”, fino alla struggente assenza evocata dai Pink Floyd, per ritrovare la capacità unica della musica di “toccare” l’invisibile. Un invito a riscoprire la nostra capacità di sognare e tornare a essere, come suggerisce Castaldo, autentici “cacciatori di desideri”.
Immagine © Giacomo Maestri
Gino, a metà degli ’70 entravi a Repubblica. Erano anni di sogni feroci. Hai intervistato Dylan, che è un labirinto; Lou Reed, che era il buio; Springsteen, che è la luce. Se guardi indietro a quel ragazzo del ’76, qual era il desiderio che ti muoveva? Era la fame di raccontare il mondo o il desiderio di fuggirne attraverso le note?
Fuggire no, anzi. In quel momento, si aveva la sensazione di essere proprio dentro le cose ed era lì che si voleva stare… c’era anche l’idea – che forse oggi può sembrare utopistica) di poter cambiare il mondo stando dentro le cose e la musica faceva parte di questo desiderio profondo.
Tu citi Gardel. Il tango è il desiderio della carne e del bacio, è la distanza fisica che si annulla. Nel tuo percorso personale, qual è stata la canzone che ti ha fatto capire per la prima volta che la musica poteva servire a "possedere" o richiamare qualcuno che non c’era?
Domanda difficile. Le canzoni per me sono una moltitudine. Non ti dico perché, ma scelgo “Born to run” di Bruce Springsteen.
Esiste ancora oggi questo desiderio privato e soggettivo nel pop contemporaneo, o nell'era dei social abbiamo smesso di desiderare l’altro per desiderare solo di essere guardati e approvati?
Più la seconda. Viviamo un tempo in cui “tutto è abbassato”, comprese le tensioni ideali che accompagnavano la musica, e non solo. Oggi tutto arriva in una versione troppo “mediata” e un po’ troppo artificiosa, così si resta in superficie. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio ma questo è il tono generale.
Arriviamo a Over the Rainbow. Qui il desiderio si sposta “oltre l'arcobaleno”. Non è più verso una persona ma verso un “altrove”, che ha definito l’immaginario di intere generazioni. Credi che la musica abbia ancora la forza di creare mondi alternativi così potenti, o ci siamo accontentati di desiderare ciò che è già disponibile su uno schermo?
Quel tipo di musica era territorio di desideri e promesse. Scrissi un libro intitolato proprio La terra promessa: il rock ne era la metafora, tutto orientato verso un orizzonte da raggiungere. Oggi questo si è in parte smarrito perché abbiamo perso il desiderio, inteso come spinta verso l'ignoto. Ovviamente lo dico senza nostalgia, ma come una constatazione che mi spinge a reagire.
Qual è il concerto o l’artista che, più di tutti, ti ha portata “oltre l'arcobaleno” facendoti scoprire un’estetica che non credevi possibile?
Anche qui ho difficoltà a rispondere perché i miei ricordi più cari sono sempre legati a una moltitudine di esperienze. Pensandoci, posso dire che Bob Marley non era neanche un cantante… era un profeta e ai suoi concerti sembrava di essere in missione. Mi vengono in mente anche la prima volta che ho visto Bruce Springsteen, gli U2 di un certo periodo, David Bowie e i Pink Floyd.
Eccoci dunque ai Pink Floyd. Qui il desiderio è assenza, ma anche denuncia del sistema cinico dell’industria cinematografica e musicale, dolore per il declino di Syd Barrett. È un desiderio “politico” e sociale. È possibile costruire un futuro partendo dalla disillusione, come fecero Waters e Gilmour?
Voglio essere chiaro: le mie sono analisi che servono a reagire. Non ho nostalgia, ho speranza. La musica è stata l’emblema di ciò che poteva portarti verso territori di promesse. Penso ai miei figlie e vorrei che anche loro potessero sognare e desiderare con la musica. Questo desiderio, che è anche una speranza, esiste proprio perché credo sia ancora possibile costruire nuovi mondi a partire dalla disillusione.
Recentemente l’Italia ha salutato figure immense che hanno definito il nostro modo di desiderare e di cantare. Penso a Gino Paoli e Ornella Vanoni. Hai scritto che “il cielo bruciava di stelle”: oggi che quelle stelle si spengono una ad una, cosa resta del “desiderio all'italiana”? C’è qualcuno tra i giovani che sta raccogliendo questa sfida?
Ci sono, ma non faccio nomi. Il vero problema è il sistema: in giro si trovano cose molto belle, ma il sistema va combattuto per gli effetti negativi che ha sulla musica e sulla creatività. Bisogna trovare il modo di far vivere la musica fuori dai circuiti omologati. Dobbiamo tornare a essere più consapevoli e autonomi.
Ed è proprio per dare una risposta concreta a questa necessità di autonomia che nasce l'ultimo libro di Gino Castaldo, La musica è finita. Appunti per una rivoluzione (HarperCollins). Nelle sue pagine, la riflessione sul presente si impone come un invito urgente a invertire la rotta. Siamo immersi in una complessa mutazione antropologica in cui i sistemi delle Big Tech e gli algoritmi tendono a spegnere i nostri “chakra musicali”. Castaldo sceglie la strada della reazione lucida e della speranza ostinata. La sua è una profonda fiducia nella forza eversiva della musica, intesa come un “territorio di promesse” indispensabile affinché le nuove generazioni ricomincino a sognare e a desiderare. Da qui, si leva anche il suo accorato e provocatorio appello finale: “Musicisti di tutto il mondo, unitevi”. È la pressante richiesta di di rimettere in discussione l’intero sistema industriale omologante.
C'è un disperato bisogno di idee che portino scompiglio, capaci di scuotere la passività dei consumatori per restituire ai musicisti la piena autonomia creativa e la libertà soggettiva. Solo rivendicando questa indipendenza fuori dai circuiti virtuali e disincarnati del mainstream potremo finalmente rimetterci in cammino – non più come spettatori rassegnati sul bordo di un vulcano che trema, ma come autentici, fieri cacciatori di desideri.
Gino Castaldo
Ti amo, ti canto
Conferenza spettacolo
Venerdì 5 giugno, ore
21.45
Teatro Politeama Pratese
Seminare Idee Festival Città di Prato